Un’arte teatrale per meravigliare e persuadere.
Dopo la Riforma protestante, la Chiesa di Roma, arginata l’aggressione ideologica, si era impegnata in un’intensa attività di propaganda per ribadire i fondamenti della propria dottrina, consolidare la propria influenza laddove lo scisma non aveva ancora trovato proseliti e ricondurre i fedeli al culto e alla devozione. Già nell’ambito del Concilio di Trento, un ruolo particolare era stato affidato proprio all’arte, alla quale si era richiesto di «persuadere» i fedeli, convincerli che la strada indicata dai successori di Pietro era quella giusta, l’unica via per conquistare la vita eterna.
L’arte e soprattutto l’arte sacra dovevano essere in grado di suscitare meraviglia perché in tal modo la scena rappresentata, il miracolo mostrato sarebbero parsi talmente veri che i fedeli non avrebbero voluto dubitarne. In questo meccanismo lo spettatore certo intuisce l’inganno ma si lascia ugualmente catturare dallo spettacolo.
Molti artisti risposero all’appello della Chiesa; tuttavia, fu Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), indiscusso e incontrastato genio barocco, a interpretare, come pochi, con profonda sensibilità le indicazioni ecclesiastiche. Lo fece, appunto, meravigliando il suo pubblico. La teatralità fu la via maestra, la principale fra tutte le strade attraverso le quali Bernini perseguì la sua opera di propaganda cattolica. L’opera berniniana è stata spesso interpretata in chiave teatrale: una lettura esatta ma non univoca né conclusiva (e d’altro canto è fuorviante cercare di costringere Bernini in una sola formula). La teatralità non è mai stata il fine ultimo dell’arte berniniana; tutt’al più, l’artista ricorse alla spettacolarità per presentare al meglio il suo prodigio artistico.
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| Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria. A sinistra, si intravede la Cappella Cornaro. |


